I Padri del deserto sapevano qualcosa sulle lunghe giornate calde
Quindici secoli prima dello smartphone, i monaci egizi diedero un nome a una malattia spirituale che colpisce più duramente con il caldo estivo. La loro diagnosi è inquietantemente accurata.
Arriva a mezzogiorno, nel caldo torrido. Il monaco nella sua cella avverte un’inquietudine strisciante: l’incapacità di restare, di pregare, di lavorare, di leggere. Guarda fuori dalla finestra. Guarda di nuovo. Decide che farebbe più bene altrove. Inizia a sentire che la sua cella è particolarmente inadatta al progresso spirituale, che la sua situazione è eccezionale, che trasferirsi risolverebbe tutto. Non si muove. La sensazione si intensifica. Il pomeriggio si protrae come un deserto.
I Padri del deserto: acedia
I Padri del Deserto dell’Egitto del IV secolo avevano un nome per questa condizione: acedia . Dal greco akēdeia – mancanza di cura, indifferenza – è uno degli otto logismoi, o pensieri disordinati, catalogati da Evagrio del Ponto, il grande teorico della spiritualità del deserto, e ha uno specifico indicatore fisiologico: colpisce più duramente a mezzogiorno.
Evagrio lo descrisse con la precisione di un clinico: «Innanzitutto, il demone fa apparire il sole lento o addirittura immobile, e la giornata sembri durare cinquanta ore. Poi costringe il monaco a guardare costantemente verso le finestre, a saltare fuori dalla cella, a osservare il sole per vedere quanto manca alla nona ora, a guardare di qua e di là». Il suo contemporaneo Giovanni Cassiano, scrivendo nelle Istituzioni, completò il quadro: il monaco «si illude di non poter mai guarire finché rimarrà in quel luogo, a meno che non esca dalla sua cella». Si presentano numerose ragioni plausibili: la sua salute, le sue relazioni, la sua efficacia, il suo dovere verso gli altri. Tutte, dice Cassiano, sono parole del demone.
L’accidia
Sia Evagrio che Cassiano associavano l’accidia alla “distruzione che devasta a mezzogiorno” del Salmo 91, che nell’Antico Testamento greco e latino può essere letto più letteralmente come “il demone di mezzogiorno”. L’associazione con il caldo e le ore centrali della giornata non è casuale. I monaci trascorrevano le loro giornate digiunando, lavorando e pregando, spesso in totale isolamento, in un clima in cui il sole pomeridiano rendeva tutto più difficile. L’accidia era la tentazione che si presentava nel momento di massimo disagio fisico e minimo sostegno sociale: il momento in cui rimanere fermi sembrava più irragionevole e la fuga più giustificata.
È importante chiarire cosa non sia l’accidia. Non è pigrizia nel senso comune del termine. Tommaso d’Aquino, che la analizzò attentamente nella Summa Theologica, la definì “tristezza riguardo ai beni spirituali”, una ripugnanza verso le stesse cose che dovrebbero sostenerci. Fondamentalmente, può manifestarsi come un’attività frenetica. La persona affetta da accidia non si limita a sdraiarsi e fissare il soffitto. Scorre, riorganizza, pianifica, consuma, passa da una distrazione all’altra. Ciò che non riesce a fare è fermarsi e rimanere nel presente. Questa condizione fu infine ricondotta al peccato di accidia quando Gregorio Magno riorganizzò gli otto logismoi nei sette peccati capitali nel VI secolo. Ma questa fusione fu forse un errore: l’accidia è una diagnosi più precisa e più inquietante della sola accidia.
Applicarlo all’estate non richiede grande ingegno. Le lunghe giornate, l’allentamento della routine, l’assenza della struttura che di solito ci tiene ancorati: queste sono le condizioni in cui il demone del mezzogiorno prospera. La compulsione del monaco a guardare fuori dalla finestra è l’attrazione del telefono. Il suo bisogno di essere altrove è l’inquietudine e l’insoddisfazione per il luogo in cui ci troviamo in vacanza. La sua convinzione che la sua cella sia particolarmente inadatta alla crescita spirituale è il nostro sospetto che la vera vita si svolga altrove, in questo giardino, a questo tavolo, con queste persone: la tipica FOMO ( paura di perdersi qualcosa ).
Il rimedio dei padri del deserto non era complicato, sebbene esigente : restare. Cassiano lo chiamava la virtù della stabilitas, ovvero rimanere fermi durante l’assalto dell’inquietudine finché non passa, cosa che effettivamente accade. Il monaco che fugge dalla sua cella durante l’attacco di accidia vedrà il demone seguirlo; colui che resta, invece, vedrà che il pomeriggio alla fine volge al termine. Arriva la nona ora. Il sole, dopotutto, si muove.
Per chi, come noi, non vive in celle egizie, il principio è lo stesso, ma su una scala diversa. L’accidia non si sconfigge con gli stimoli, ma con la fedeltà: a una pratica, a una persona, a un luogo, al momento presente. I padri del deserto lo sapevano perché non avevano altro. Noi abbiamo tutto il resto, ed è proprio per questo che ci risulta così difficile. Quando il lungo pomeriggio d’estate si prospetta e si sente l’attrazione verso il nulla, si è in ottima compagnia. Anche i monaci egizi lo provavano, e ci hanno lasciato delle istruzioni.
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