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Pensieri in una notte di coronavirus

Notte di coronavirus

Spengo la televisione. Non ne posso più. Sento la nausea invadermi: gli urti di vomito salgono dallo stomaco. Non so se reggerò. Ogni giorno la fredda conta dei morti aggiunge un mattone al muro di tristezza che mi opprime. Siamo in guerra: una guerra vigliacca, subdola, sudicia. Una di quelle guerre da cui nessuno è escluso. Contro un nemico viscido e crudele che ci spara ai polmoni; non alla schiena: nella schiena, da dentro. Non ho voglia di parlare. È tardi: dovrei andare a letto. Dormire. Anche dormire, talvolta, in questi tempi è un sogno.

Il motto pieno di speranza (illusione?) “andrà tutto bene”, quel motto che ora mi pare così ridicolo, non mi tira su per niente: sorrido, amaramente, al pensiero di chi cerca di allontanare il male con un battito di mani rinchiuso nella trincea del balcone di casa. Siamo in trincea, anche noi. Noi siamo la retroguardia, in campo aperto ci sono degli angeli che si sacrificano, più o meno volentieri, per la nostra salvezza. Non sono eroi, non vogliono essere chiamati così. Hanno ragione: un eroe non ha mai paura. In fondo è un pazzo che si getta nella mischia del pericolo senza ripensamenti; l’eroe non ha dubbi, non ha tentennamenti; ha sempre in mano la situazione. L’eroe vince, sempre. Deve vincere: altrimenti che eroe è? L’angelo non vince sempre; spesso cade; e ha paura: sempre. L’angelo è sconfitto, piange, soffre, muore: 61 medici caduti in guerra, al momento in cui scrivo.

Sprofondo, stanco, nella poltrona. Non ho voglia di andare a dormire. La luce fredda della luna entra dalla finestra. È notte fonda. È così buia, la notte, quando te ne rendi conto. Il silenzio è irreale. Chissà che ora è? Chi se ne frega…

Sulla mia scrivania, appunti di articoli: un articolo abbozzato da due settimane, un altro ha solo due righe. Due romanzi sono in attesa che metta mano alla penna (scrivo a mano, prima di battere al computer: mi rilassa). Mi aspettano lì da non so più quanto tempo. (Eppure di tempo ne avrei: lo studio è chiuso; cavalletti, tele e pennelli sono là: chissà quando potrò riprendere il mio lavoro.) La vita da recluso rischia di farti perdere la cognizione del tempo.

Prendo in mano qualche foglio, provo a leggerlo: in realtà lo sbircio soltanto. I racconti mi guardano sconsolati: e noi? Già. E noi. Che ne sarà di noi? Ci credevamo invincibili. Forse immortali. La morte l’abbiamo cacciata dal nostro vocabolario dalla porta del retro, e si è presentata in tutta la sua potenza sulla soglia principale della nostra vita. Forte, invincibile (Lei si), trionfa su di noi. Il trionfo della morte di Buffalmacco, nel Camposanto di Pisa. Ecco un’immagine adatta ai nostri tempi. Ce la siamo fatta nemica, la morte. E lei ha accettato la sfida. Ci illudevamo che toccasse solo agli altri. Idioti: siamo solo dei fragili idioti.

Credevamo di poter sfruttare la terra a piacere nostro. I morti per fame dall’altra parte del mondo sembrava non ci riguardassero. Eravamo bravi a chiudere gli occhi. Eppure non siamo estranei a quelle ingiustizie: nessuno di noi. È anche colpa nostra. Com’era quel proverbio? “Il battito di ali di una farfalla in Brasile, può provocare una tempesta in India” (O era la Cina? O forse… Boh, chi se lo ricorda). E adesso la tempesta è arrivata anche qua: la terra ci grida in ogni modo di fermarci, adesso ci prova così. Siamo fermi, ora. Chissà quando ripartiremo. Perché ripartiremo, ne usciremo da questa guerra.

Ma quanti morti ci saranno? Ho letto stamani lo sfogo di un imprenditore (lombardo, credo): avrebbe potuto fornire decine di milioni di mascherine e respiratori in poco tempo: tante vite salvate. Ma la burocrazia italiana lo ha bloccato. E intanto la gente muore: per coronavirus, e a causa del coronavirus; i suicidi per disperazione o per paura sono ormai una triste cronaca giornaliera; un’infermiera, allo stremo delle forze, si è gettata dal balcone perché positiva al tampone: temeva di aver infettato tanta gente; un anziano non ha avuto il coraggio di aspettare il risultato del test… Non ho il coraggio di ripensarci. La nausea è forte. Reggerò?

Davanti a me, sulla scrivania, San Giuseppe, sereno, mi guarda. L’ho trovato a Medjugorje, qualche anno fa. Un dono della Provvidenza: laggiù di statue di San Giuseppe non se ne trovano facilmente (chissà perché, poi?). Sono stanco, Giuseppe: siamo tutti stanchi. Accanto a me c’è la Bibbia. La apro al segno: sto leggendo il vangelo di Giovanni. «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Chi ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”». Abbiamo sete, Gesù: sete di vita, sete di verità. Siamo col cuore in tempesta, mentre intorno a noi è bonaccia: una bonaccia inquietante.

È silenzio, un silenzio carico di morte. In questo silenzio, venerdì scorso (27 marzo), un uomo, solo, vestito di bianco saliva la scalinata di San Pietro in Vaticano per chiedere, implorare la fine della pestilenza. Quasi nove milioni di italiani lo hanno seguito in diretta da casa. Abbiamo chiesto la resurrezione. Facci risorgere, Gesù. Aiutaci a imparare, facci riscoprire fratelli, rendici amici di “Sora nostra madre terra”, rendici umani, veramente umani.

Dobbiamo cambiare. Non possiamo continuare a sfruttare così insensatamente i nostri fratelli e la nostra terra. Capiremo? Ne dubito. Non ho fiducia sulla capacità di capire dell’uomo.

Un campanile lontano mi avverte che è tardi, molto tardi. Che bello il suono delle campane! Avevo dimenticato quanto fosse dolce. In questa notte oscura, nel silenzio della città, è una voce di serenità. Il secondo rintocco. Fra poco più di tre ore sarà l’alba. Una nuova alba. Forse andrà meglio: dopotutto, domani è un altro giorno. Ho sonno, finalmente.

Devo ancora pregare. “O Dio vieni a salvarmi…” Vieni a salvarci, Signore. Non tutto andrà bene. Ma con Te tutto porterà al bene. Anche la sofferenza. Anche la morte. Siamo qui, tutti, in attesa di Te, Signore: credenti e non credenti, medici, infermieri, forze dell’ordine, commessi dei supermercati, operai, volontari, semplici cittadini…

Spengo la luce. Gli occhi sono pesanti. Forse dormirò. “Signore, nelle Tue mani affido il mio spirito”. Prendilo nelle tue mani, Signore, e sollevalo a Te. È così pesante, lo spirito, stanotte…

di Manuèl Moschini

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