Perché facciamo le cose? Papa Leone riflette sul significato della nostra attività umana
Per incontrare Dio, l’essere umano non deve abbandonare le sue occupazioni terrene, ma può vivere pienamente la sua vocazione.
Papa Leone ha proseguito la sua riflessione sul documento del Concilio Vaticano II riguardante la Chiesa e il mondo moderno, Gaudium et Spes, nell’udienza generale del 23 settembre, riprendendo oggi la prima parte del capitolo 3.
Ha osservato:
La questione fondamentale è questa: qual è il valore dell’attività umana nel mondo, e quindi del progresso tecnico, sociale e scientifico? Basti ricordare che, meno di quattro anni dopo la chiusura del Consiglio, nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, l’uomo mise piede sulla Luna per la prima volta.
Il Santo Padre ha poi riflettuto sulla conoscenza e sul progresso, sull’intreccio tra fede e tecnologia e, in definitiva, sul rapporto dell’uomo con Dio.
L’attività umana nel mondo
Proseguendo il nostro percorso attraverso la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II , giungiamo al terzo capitolo della prima parte, dall’intrigante titolo: “L’attività umana nel mondo”. La questione fondamentale è questa: qual è il valore dell’attività umana nel mondo e, di conseguenza, del progresso tecnico, sociale e scientifico? Ricordiamo che, meno di quattro anni dopo la chiusura del Concilio, nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, l’uomo mise piede sulla Luna per la prima volta.
Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’essere umano è l’artefice del progresso. Con libertà e intelligenza, accresce la sua conoscenza, facendo così progredire la società nel suo insieme. Possiamo facilmente constatarlo considerando i miglioramenti delle condizioni di vita nel corso delle generazioni. Infatti, il Documento afferma: “molti benefici che un tempo si attendevano, specialmente dalle potenze celesti, l’uomo se li è procurati con intraprendenza”.
Il progresso non indebolisce il rapporto con Dio
Per questo motivo, alcuni pensatori hanno descritto il progresso scientifico e tecnico come qualcosa che indebolisce il rapporto dell’uomo con Dio, al punto da renderlo superfluo, o addirittura antagonista alla fede cristiana.
E questa interpretazione ha determinato un cambiamento nel modo in cui l’uomo contemporaneo vede il mondo, rispetto alle epoche precedenti. Tale pregiudizio è particolarmente diffuso in quella parte della cultura occidentale che ha perso il riferimento alla Rivelazione cristiana.
Negli umanismi post-cristiani, l’essere umano e Dio vengono erroneamente presentati come rivali: per affermare la propria conoscenza, la propria libertà e il proprio progresso, l’uomo dovrebbe emanciparsi da Dio. In definitiva, però, negando il rapporto con Dio, si perde anche la possibilità di affermare il valore trascendente della persona umana. Questa è la “tragedia dell’umanesimo ateo”, ben descritta da un importante teologo del Concilio Vaticano II, Henri de Lubac.
Il Concilio desidera fornire una risposta chiara: i cristiani, afferma Gaudium et Spes , «possono giustamente ritenere che con il loro lavoro dispieghino l’opera del Creatore, consultando i vantaggi dei loro fratelli e contribuendo con la loro operosità personale alla realizzazione nella storia del disegno divino». Infatti, prosegue la Costituzione, «lungi dal pensare che le opere prodotte dal talento e dall’energia dell’uomo siano in opposizione alla potenza di Dio, e che la creatura razionale esista come una sorta di rivale del Creatore, i cristiani sono convinti che i trionfi del genere umano siano un segno della grazia di Dio e del fiorire del Suo misterioso disegno». In sostanza, Dio ha posto nelle mani degli uomini e delle donne una creazione ancora in statu viae – cioè in cammino, in processo di crescita – affinché la portino a compimento con la loro saggia attività.
Il mistero dell’incarnazione
Qui si cela un importante riferimento al mistero dell’Incarnazione. L’umanità – e con essa il lavoro, il progresso e l’autonomia delle realtà create – non viene assorbita o annullata dall’incontro con Dio, ma piuttosto assunta nella sua interezza, continuando ad essere, in Cristo, libera e attiva: è in Lui, infatti, che trova piena verità e libertà. Inoltre, nella celebrazione eucaristica, il frutto del lavoro umano, rappresentato dal pane e dal vino, viene deposto ogni giorno sull’altare per essere trasformato nel Corpo e nel Sangue di Cristo.
Da questa prospettiva emerge una verità importante: per incontrare Dio, l’uomo non deve abbandonare le sue occupazioni terrene, ma può vivere pienamente la sua vocazione, svolgendo bene il suo lavoro quotidiano e santificandolo. I cristiani, come tutti gli altri, sono impegnati nella costruzione della città dell’uomo, tendendo al fine ultimo di tutte le cose e all’incontro con Dio, e ricordando a coloro con cui condividono l’avventura del progresso, della scienza e della vita questo scopo ultimo.
Il progresso terreno deve certamente essere chiaramente distinto dallo sviluppo del Regno di Cristo; tuttavia, il Concilio afferma che «nella misura in cui il primo può contribuire a un migliore ordine della società umana, è di vitale importanza per il Regno di Dio. … Tutti i buoni frutti della nostra natura e della nostra impresa, li ritroveremo, ma purificati da ogni macchia, levigati e trasfigurati».
Infine, ricordiamo che per diventare autentico progresso umano – ovvero progresso per la persona nella sua interezza e per tutti – il progresso tecnico e scientifico deve essere ispirato e guidato dalla carità. Solo in questo modo potrà essere sempre posto al servizio della dignità umana e promuovere le condizioni di vita di tutti, specialmente dei più svantaggiati.
Cari fratelli e sorelle, il Concilio Vaticano II ci invita a condividere il pane della conoscenza e del sapere, affinché ogni persona e ogni popolo possano sviluppare il proprio potenziale e, insieme, con l’aiuto di Dio, costruire un futuro migliore.
Scopri di più da Annalisa Colzi Pellegrinaggi
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


