Annalisa Colzi
hikikomori una vita da autoreclusi nella propria stanza

Hikikomori una vita da autoreclusi nella propria stanza

Dal Giappone all’Italia: hikikomori, il lato oscuro dell’essere

L’ultimo fenomeno viene dal Giappone e si chiama Hikikomori. Si tratta di ragazzi che tagliano i ponti con il mondo esterno, verso il quale sviluppano fobia e odio, rinchiudendosi nella propria casa per mesi o anni, avendo come unico collegamento con il mondo la Rete.

Sono giovani e giovanissimi che pian piano staccano la spina con “quello che c’è là fuori” per costruirsi il proprio mondo tra le 4 pareti della propria stanza. Spesso non escono neanche per mangiare, facendosi portare il vassoio fuori dalla loro camera. Dormono di giorno e “vivono” di notte per decine di ore attaccati alla Rete.

Il fenomeno hikikomori verso l’Italia

Ho cercato di capirne un po’ di più e mi sono imbattuto nel sito hikimomoriitalia.it, un blog sull’argomento hikikomori che ha lo scopo di “informare, sensibilizzare e tentare di accendere una riflessione critica sul fenomeno. Lo scopo è quello di capire, non curare; affrontare il problema senza stigmatizzarlo e senza giudicare”.

hikikomori una vita da autoreclusi nella propria stanza

Leggiamo dal sito: “Il termine Hikikomori significa letteralmente “isolarsi”, “stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti e giovani adulti che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno.

È un fenomeno che sembra riguardare principalmente i maschi, ma anche il numero delle ragazze isolate è in forte crescita.

Al momento in Giappone si parla di oltre 500.000 casi accertati; ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione (l’1% dell’intera popolazione nipponica). È evidente che si tratti di un fenomeno incredibilmente vasto, di cui ben pochi hanno mai sentito parlare, soprattutto al di fuori del Giappone.

Anche in Italia l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, non sembra essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un qualcosa che riguarda tutti i paesi sviluppati del mondo. Secondo alcune stime (non ufficiali) nel nostro paese ci sarebbero almeno 30.000 casi.

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Le cause

Le cause possono essere diverse.

Caratteriali: gli hikikomori sono spesso ragazzi molto intelligenti, ma anche particolarmente introversi e con difficoltà relazionali. In loro è presente una componente narcisistica molto forte che gli impedisce di reagire con efficacia alle inevitabili difficoltà e delusioni che la vita riserva.

Familiari: l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili cause, soprattutto nell’esperienza giapponese.

Scolastiche: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. Spesso dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo.

Tutto questo porta a una crescente difficoltà del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino ad un vero e proprio rifiuto della stessa.

Anche la dipendenza da internet viene spesso indicata come una delle principali responsabili dell’esplosione del fenomeno, ma non è così; essa rappresenta una conseguenza dell’isolamento, non una causa”.

Una vita fuori dalla vita

Sembra quindi che la colpa non sia della Rete di per sé, ma sia l’incapacità di vivere relazioni, di socializzare, di reggere il peso del confronto e delle aspettative col mondo esterno e col prossimo. E la Rete diventa il mezzo per costruirsi una vita fuori dalla vita. Una vita virtuale dove non ci si mette in gioco; dove è facile nascondersi; dove è semplice mascherarsi come si vuole.

Sono ragazzi che non sono felici, senza dubbio.

Dio è relazione. E se Dio è relazione, l’uomo è fatto per la relazione, per vivere a contatto col prossimo. E non bisogna confondere questo tipo di vita con chi ha vissuto la chiamata a vivere una vita eremitica (ad esempio grandi santi del passato: sant’Antonio abate, beato Charles de Foucauld, san Giosafat, san Serafino di Sarov; ma possiamo pensare anche a chi è chiamato a vivere una vita in clausura). Nella vita eremitica, Dio chiama. E se chiama, riempie di Sé chi è chiamato. E chi vive questa chiamata vive di Dio e nel silenzio, nella solitudine abbraccia tutto l’universo in Lui. Questi uomini e queste donne sono felici perché Dio non fa mancare loro nulla. “Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta!” diceva santa Teresa d’Avila.

Ma chiusi fra quelle quattro pareti per mesi, anni o tutta la vita, relazionandosi con una vita che non è vita, rifiutando tutto quello che è esterno… davvero com’è difficile trovare Dio!

Giovanni

Giovanni

Giovanni

Se Dio non esiste allora tutto è permesso. Dostoevskij

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