esperienza di un carmelitano scalzo sul covid19
TESTIMONIANZE

Un carmelitano scalzo racconta l’altra faccia del covid19

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Mi presento. Sono Fra Andrea, carmelitano scalzo e studente dell’istituto “Teresianum” di Roma. Come trapelato anche dai giornali la nostra comunità ha dovuto far fronte ad una emergenza sanitaria legata al contagio del Covid 19 che ha colpito alcuni di noi, tra cui il sottoscritto.
Decido di rendere pubblica questa testimonianza non per un desiderio di vittimismo, non per attirare l’attenzione affinché tutti mi dicano: “peccato, quanto hai sofferto”. Anzi, è proprio il contrario: fisicamente parlando mi è andata molto bene. Non ho avuto complicazioni e i sintomi erano lievi.
Vi parlo invece del fatto che, come al solito, Dio ha disegnato un’altra sua opera nella mia vita, e per l’ennesima volta io me ne sono accorto dopo…Forse tardi.

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Appena varcata la soglia dell’ospedale Umberto I di Roma, nonostante non riuscissi immediatamente a fare una lettura lucida della situazione, mi son detto: “se Dio sta permettendo questo, Lui sa il perché”.
Entro nella stanza dell’ospedale e mi ritrovo con un signore anziano, anche lui ricoverato per Covid-19. Si chiama Sergio. Due battute veloci ed entriamo subito in sintonia.
Lui, ragazzo di 85 anni, con alle spalle un bagaglio di numerose esperienze di vita; io, invece, piccolo sognatore di strade nuove, catapultato lí, all’incrocio di passato, presente e futuro.
Ecco, si sono incontrati in un’unica stanza un bellissimo tramonto e una speranzosa alba. Dio ci ha voluti lí per renderci un unico paesaggio, per farci capire la preziosità del tempo, perché dovevamo dirci e darci qualcosa.


L’ho capito subito quando Sergio ha cominciato a parlare della sua vita, del suo lavoro, della sua famiglia, con un amore mai visto prima. Parlava della gente in una maniera singolare, come se ogni persona fosse un tesoro prezioso. Mi diceva sempre: “quanto è bello volersi bene, non c’é cosa più bella dell’amore.  Io amo tutti. Ma proprio tutti. È così bello”.
Ero atterrito dalla capienza del suo cuore. Ho cominciato a sperimentare quanto fossero alte e melodiose le note vocali dell’amore. Ho cominciato a dire dentro di me: “voglio amare come lui, incondizionatamente”; quel suo modo di amare infatti mi ricordava Gesù.


Contemporaneamente, nel mio piccolo, continuavo a vivere la mia vocazione di carmelitano scalzo secondo il carisma del mio Ordine religioso, nutrendo le mie giornate di orazione, di unione con Dio, di letture spirituali.
Sergio si diceva impressionato, perché non aveva mai assistito ad una preghiera fatta in totale silenzio e per un tempo così lungo.
Un giorno, finita l’orazione, mi dice: “ho trattenuto il fiato per non respirare e per non rovinare questo bellissimo silenzio di contemplazione”. Cominciavo a capire che potevo parlargli sí con le parole ma soprattutto con i silenzi, con gli esempi, con la semplicità della mia fede.


Sergio è credente, ma mi confidava di alcuni nodi della sua vita spirituale che non riusciva a sciogliere; me ne ha riferiti due, che riguardavano alcuni dubbi su determinati contenuti di fede. Ho provato a rispondergli con parole semplici, a lui familiari e comprensibili. Allora mi guarda felice e mi dice: “era tutta una vita che cercavo risposte a questi dilemmi, e oggi finalmente mi è tutto chiaro, dopo tanti anni” . Il Signore agiva ed io ero attore e spettatore al tempo stesso.


Intanto i giorni passavano ed io dovevo abituarmi a rimanere chiuso in quella stanza, senza poter uscire, eppure con la possibilità di donare amore. Perché l’amore non si ferma. È sempre in circolo. E chi ama “non stanca e non si stanca” dice San Giovanni della Croce.
Certo, ammetto che non sono mancati i momenti difficili, soprattutto quando mi illudevo di poter essere dimesso e poi mi riferivano che bisognava aspettare ancora. Dovevo imparare a diventare un vero “paziente” e, non solo in senso clinico.


Ma l’amore di Dio e dei fratelli mi ha fatto superare tutto; mi svegliavo la mattina ed era tutto un tripudio d’amore: dal sorriso che donavamo e ricevevamo da parte di medici, infermieri e da tutto il personale sanitario (al quale va tutta la mia gratitudine per l’incredibile collezione di sorrisi e attenzioni di cui mi hanno riempito ogni giorno) all’affetto grande che ci scambiavamo io, Sergio e tutti gli amici e i fratelli con cui mi sentivo ogni giorno telefonicamente.
Andavo a dormire ed era un altra bellissima poesia che si ripeteva: sentivo che stavo seminando ma soprattutto raccogliendo umanità, nonostante la difficoltà di rimanere chiuso in quella stanza per 24 giorni senza poter uscire, una stanza che all’inizio guardavo con sospetto e timore, e che dopo ho trasformato, per grazia di Dio e nel solco del carisma carmelitano, in un cielo vivente, in uno spazio dove stare “soli a soli con Colui dal quale sappiamo di essere amati”. È anche grazie all’esperienza vissuta in ospedale che ho imparato a rivalutare e a riguardare con occhi diversi, nuovi, la cella del mio convento e a capire che in realtà quelli che io chiamo “i miei spazi”, in realtà sono gli spazi di Dio, della sua presenza, ed è questa presenza che ammette la mia, non il contrario; una presenza divina davanti alla quale devo camminare con timore, sapendo ormai che la mia cella è lo spazio dove si trova il Roveto ardente che brucia come una “fiamma d’amor viva”.
Come Mosé anche io dopo questa esperienza ospedaliera sono diventato balbuziente, e non per un’improvvisa timidezza, ma per un’incapacità di descrivere l’operato di Dio dinanzi al quale rimango ogni volta stupefatto, ogni volta come se fosse la prima. Tu gli chiedi il sole, e Lui ti dona anche il vento. Dinanzi a tutto questo non si può che tacere, perché quello che non riescono ad esprimere le parole stranamente lo esprime il silenzio.
In quella stanza dell’Umberto I di Roma ho avuto la possibilità di riflettere su tante cose, di ordinare i miei desideri, di chiedermi una volta di più chi fossi io veramente e che cosa volessi.

Guardavo dalla finestra lo spettacolo della sera, e pensando che i miei fratelli e i miei amici vedevano la stessa luna che vedevo io, seppur da luoghi o città diverse, non mi sentivo così distante da loro.
Eravamo una comunità d’amore nonostante fossimo tutti fisicamente lontani. Ma l’amarci e il sostenerci a vicenda riusciva a rendere saporito persino il cibo più insipido, e il prelievo più doloroso diventava indolore.


Dopo 24 giorni di ricovero, vengo dimesso dall’ospedale, e Sergio con me. Ci salutiamo e ci diciamo grazie, perché insieme siamo diventati migliori. Ed è bastato poco.
Ora che sono tornato alla mia vita di sempre, sento di poter amare di più. Meglio. Perché si ama veramente e fino in fondo quando ci si stende sulla croce, che se vissuta e portata con Cristo non solo è una “collocazione provvisoria” ma diventa anche la cattedra di legno dove si imparano le migliori lezioni della vita.
C’é poi una parte della croce alla quale non guardiamo mai, ed è quella vuota, quella nuda, che sta alle spalle di Cristo. È la parte dove ci stendiamo noi quando la sofferenza bussa alla nostra porta; ed è qualcosa di straordinario perché mentre crediamo di stare con le spalle al muro, anzi, ad una croce, abbiamo la consapevolezza che dall’altra parte, dietro di noi, c’é Gesù Crocifisso. Insomma, abbiamo le spalle coperte.
E adesso, guardando allo spartito del mondo e ascoltando le strofe del vento, sono in attesa di comporre con Dio una nuova canzone, di scrivere un nuovo pezzo sui fogli dell’umanità, perché gli inchiostri di speranza non mancano e me li ha forniti Colui che è Autore di ogni cosa,e che mi ha insegnato che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).
Grazie di tutto Signore, perché dal male hai tratto un bene maggiore e perché hai fatto persino di una semplice stanza di ospedale “il luogo più bello dove svegliarsi la mattina”.

Fra Andrea Carmelitano Scalzo

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