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Scuola, fughe, cartoni animati

di Ramona Marchioni

(maestra scuola materna)

Ai tempi in cui avrei potuto frequentare la scuola materna come alunna e non da  insegnante come adesso, mi è capitato di incontrare un paio di miei coetanei che erano scappati, a tre, quattro anni dalle scuole pubbliche o private che fossero; ed in entrambe i casi la motivazione era semplice: volevano tornare a casa dalla mamma. Certo, tali fughe venivano sventate a poche centinaia di metri, da adulti di passaggio. Si accorgevano infattinell’immediato della situazione che gli si presentava davanti. Per cui l’accaduto si trasformava in un semplice aneddoto di paese. E non certo in un caso da analizzare dal punto di vista socio-pedagogico in maniera allarmistica.

Andava da sé, che i genitori  avrebbero provveduto all’interno delle mura domestiche; scandagliando ben bene la questione; risolvendola  a modo loro, e  comunque affrontandola.

Da che mondo e mondo lo spirito d’avventura ha sempre accompagnato gli animi di bambine e bambini di tutto il globo. Si chiama curiosità, fare esperienza, crescere.

Da che mondo e mondo; prima le storie, i fumetti e poi i cartoni animati sono stati spunto di imitazione da parte dei/lle  bambini/e. Nella maggior parte dei casi si limitava ad essere un sogno ad occhi aperti nel pensarsi ladri incalliti come Arsenio Lupin; o abili, agili e bellissime ladre come le sorelle “occhi di gatto”; insomma, per intendersi sapevamo che potevamo fare finta di essere loro. Ma che fare come loro ci avrebbe portato a delle serie conseguenze; niente televisione per settimane; niente uscite pomeridiane con gli amici; addio eventuali nuovi giochi da comprare. E poi beh ci avrebbero raggiunto le potentissime e precisissime ciabatte della mamma. Pare non ne facciano più di così veloci e perfette nella mira…

Dopo aver trascorso 15 anni dietro ad un banco di scuola, ne ho passati quasi 17 davanti ai banchini, alle sedioline e tappeti colorati delle classi dell’infanzia. Ogni anno accadono fatti e si presentano situazioni per cui mi vien da pensare che dopo questa, io le abbia viste e sentite tutte. Ma ripeto, accade ogni anno. Come questo appena trascorso dove un paio di bambini di 5 anni, staccando la scala dello scivolo e appoggiandola alla rete di recinzione del giardino scolastico, sono riusciti a scavalcarla e attraversare quello della scuola elementare, che essendo adiacente al parcheggio resta con i cancelli aperti nelle ore dei principali cambi di turno.

I due fuggiaschi con tanto di scorte alimentari (pane delle mensa) nelle tasche hanno percorso un breve tratto di strada per andare da un compagno che abita in fondo alla strada della scuola. La loro è stata una perfetta evasione, come quelle dei famigerati Fratelli Dalton, cartone animato che racconta le gesta di 4 fratelli carcerati che escogitano molteplici piani per fuggire di prigione e che gli emulatori guardano ogni mattina prima di andare a scuola.

Non voglio discutere sul fatto che la vigilanza delle insegnanti e la sicurezza della struttura abbiano avuto delle mancanze, anche se conoscendo i fatti, potrei discolpare in parte le docenti, ma poiché le stesse si sono assunte tutte le responsabilità, pagandone le conseguenze, non lo farò.

Potrei, scrivere, altresì che i cartoni animati degli ultimi anni disegnano  una valanga di situazioni, fatti, eventi tali da trascinare le menti dei più piccoli in fanghiglia di pessimi atteggiamenti e sregolatezze. Ma voglio raccontarvi l’oltre dell’accaduto.

I  genitori hanno chiesto di incontrarsi con la pedagogista di supporto alla scuola per essere tranquillizzati sul comportamento dei figli ed essere tranquillizzati anche sul fatto che la pedagogista avrebbe fatto una serie di incontri con tutte le insegnanti presenti nel plesso, per indicare loro il modo corretto con cui relazionarsi con i bambini.

Voi non pensereste mai che se pur esperto, un qualcuno avrebbe parlato di non lavorare su causa-effetto delle proprie azioni; che dovevano essere messe al bando riflessioni del tipo: “Potevate essere investiti” o simili. Insomma bandito il senso di colpa, bandite le punizione a casa, per non demonizzare i pargoli. In poche parole ribadire solo il concetto che c’è una regola: “Da scuola non si esce per nessun motivo”.

Il concetto è stato talmente chiaro per i genitori, che i bambini il giorno seguente hanno partecipato all’uscita scolastica come tutti gli altri; certo, senza non essersi visti prima il loro cartone animato preferito.

Le maestre hanno parlato nel gruppo sezione di cose che si possono fare e cose che non si possono fare; come se mai nessuna di loro avesse parlato di che cos’è una regola in ben oltre 17 anni di insegnamento.

Ecco, allora, forse è qui che nasce la pericolosità di ogni messaggio televisivo e non, che riceve un bambino; nel sottobosco delle sue possibilità d’apprendimento, inteso come conoscere e non solo sapere fare. E’ nel sottobosco delle sue emozioni, nelle sue capacità di pensiero che va allenato un bambino. Seguito, condotto. Ma come si fa a seguirlo, a condurlo se gli adulti e i genitori stessi sono guidati e condotti dalla paura di sbagliare; o dalla presunzione di non sbagliare, se loro per primi li accolgono parlando al telefonino con un qualcuno che di certo non è Dio o il Papa, per cui uno potrebbe anche capire; anche se credo che in entrambi i casi tenderebbero a non dilungarsi con i discorsi come invece fanno, andando via con il figlio alle spalle e loro che continuano a parlare al cellulare.

Certo non è che non gli sorridano o non gli diano un bacetto. E che non si premurino a gesti di capire se è andato tutto bene, sia ben chiaro. Ma è il come chiedi a darti spesso una mediocre risposta di te stesso.

Ecco, forse, ai nostri bambini accade quello che accade sempre più nelle nostre campagne; franano, s’inondano, vengono danneggiati senza controllo; perché così come con gli argini dei torrenti, nessuno si cura più di sradicare le sterpaglie intorno a loro; di canalizzare le acque piovane. Pensando che sia più che sufficiente  delegare a un paio di guardie forestali  e idrauliche l’onere di mantenere in ordine centinaia di ettari di terreno; come a voler pretendere che una manciata di insegnanti reggano l’intera formazione educativa di un individuo. Sommato a decine e decine di altri individui, a cui, peraltro non viene insegnato il rispetto delle persone dalle quali dovrebbe apprendere.

A me piacerebbe tanto essere semplicistica e delegare la responsabilità di certi azioni all’abuso televisivo o quant’altro. La soluzione sarebbe l’eliminazione della televisione o dei video giochi. Ma così facendo deresponsabilizzerei i genitori ulteriormente; dato che sempre più spesso si sente che l’educazione deve partire dalla scuola, dalle istituzioni. E invece no, miei cari. L’educazione parte dalla famiglia che pensa che i propri figli abbiano la capacità di scelta, prima di aver insegnato loro come scegliere.

Al tempo in cui frequentavo il catechismo, chiesi ad un bambino che si era trasferito da poco, chi fosse il suo miglior amico. Questi, più piccolo di me di un paio d’anni, mi rispose senza esitazione: “Gesù!”. Qualche anno fa chiesi ad un mio alunno di disegnarsi insieme al suo miglior amico. Riportandomi il foglio che lo ritraeva da solo con un gioco in mano, alla domanda dove fosse il suo miglior amico, mi disse. “Come non lo vedi, sono io con il nintendo!”.

I bambini continueranno le loro avventure, ne sono certa. E probabilmente un giorno anche i miei figli escogiteranno un piano per spezzarmi il cuore e mandarmi in bestia. Aspetto quel giorno con la televisione accesa e spenta; con i libri aperti e chiusi; con le nuove e vecchie lezioni di scuola; con quel senso di responsabilità che ti rende la vita faticosa e difficile, ma soddisfacente. Aspetto con la voce dei no e dei sì. Speranzosa che un domani i miei figli possano ricordarsi delle merende davanti alla televisione. Come me li ricordo io. Insieme a mia madre che ogni tanto diceva la sua su quello che combinavano i cartoni animati.

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