TESTIMONIANZE

La fede in Dio la rese forte e soprattutto felice

Nell’ultima casetta di un piccolo vil­laggio dimorava una donna, ricca di fede in Dio,  viveva di raccoglimento e di preghiera; passava i giorni nel fervore più vivo e nella fede più profonda.
Era sofferente e non poco. I mali s’in­tensificarono nel suo corpo, finché prese il sopravvento un male incurabile.
Quella donna, alla luce della fede in Dio, ave­va compreso che la sofferenza è dono amoroso, poiché fa aprire gli oc­chi ed avvicina a Dio.

Accettava le croci come un dono e non come un castigo

Non solo accettava le croci quotidia­ne, ma ne andava a caccia e bisognava moderarla.
Era una convertita. Diceva a tutti:

Ero tanto lontana dalla buona strada. Sono arrivata a Dio passando attraverso i diavoli. Dalle tenebre sono pervenuta alla luce della fede. Che gioia! Che bea­titudine!

Visitata da un amico, Roberto De Flers, aprì il suo animo candidamente. Fu questo il colloquio:
– A Parigi ed in gran parte della Francia si parla di lei. Sono passati de­gli anni e la stampa francese la tiene ancora presente. Come sta in salute?

– I medici non comprendono come io sia ancora in questo mondo.
– Soffre?
– Intensamente!
– I medici non promettono di atte­nuare questi dolori?
– Lo promettono, ma spero e mi au­guro che non ci riescano. Non si può comprendere quanto io sia felice!
– Nonostante tanti dolori?
– Appunto per questo! Sono felice perché soffro. A dire il vero i primi mesi dopo la mia conversione furono duri… per esitazioni, dubbi e chiaroscuri. Ma da che è sorto il giorno della vittoria su me stessa, quanta gioia mi pervade l’anima! Sono stata colmata di doni dal buon Dio, soprattutto perché mi ha data la fede. Anche mia figlia Giovanna, prima lontana dal Signore, oggi condivide la mia fede in Dio.
Amico mio, pregherò per lei. Quando le parlano di me, dica a tutti quelli che mi conoscono che lei ha veduta la più felice, la più perfettamente felice tra le donne.

La buona signora soleva scrivere il suo diario e riversava su quelle pagine il tor­rente dei suoi sentimenti.
Mentre tutti si agitano per diventare ricchi a qualunque costo, il suo spirito era rivolto a cose più sublimi. Diceva ancora:
L’orazione è il mio palazzo. Ho sempre in fondo al cuore la lampada della fede che mi rischiara. O mio buon Gesù, quando farai di questa piccola lampada un faro che abbagli? Io non vivo che di questa attesa, di questa speranza: bru­ciare e morire d’amore per Te, che sei morto d’amore per me! Grazie, Gesù mio, dei mali che ho addosso! Mi mera­viglio io stessa come possa essere felice sotto la croce. Cosa sarà il Paradiso, se posso sentirlo già in questo mondo  e come è stato che la mia felicità non è definibile? Non trovo parole adatte a dimostrare la mia felicità, perchè le mie parole sono limitate, mentre la mia gioia è senza confini.

Chi è la donna che parla cosi?

E’ Eva Lavalliére, la stella del teatro di Parigi. Per venti anni fece l’artista, acclamata freneticamente dal pubblico e dai giornalisti francesi.
Viveva lontana da Dio; era immersa nelle vanità della vita; non le mancava nulla agli occhi del mondo.
Visitando un giorno la grotta di Lour­des, si accorse che le mancava tutto; le mancava la fede.
Dato l’addio al mondo, malgrado le pressioni degli artisti e della stampa, non tornò indietro.
Trascorse il resto della vita alla luce della fede e fu felice.
Prima di morire, non potendo più par­lare, strinse il Crocifisso con tutte le for­ze che le rimanevano e lo fissò a lungo. Dopo qualche istante spirava.

Quale differenza tra Eva Lavalliére, illuminata dalla fede, e tante altre per­sone prive di fede, che dopo essersi dibattute tra le amarezze della vita, chiu­dono la loro vita terrena sotto le rotaie d’un treno o con un salto dal balcone o con una pallottola al cervello o col veleno nelle viscere!
La sola fede è il sole che illumina, ri­scalda e feconda; l’esserne privi è la più grande sventura dei mortali.
Come si vede, la prima categoria delle virtù è quella delle teologali e la prima delle tre teologali è la fede.

Don Giuseppe Tomaselli

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