Annalisa Colzi
comunione ai divorziati

Vane e pretestuose polemiche su un documento eccezionale

Comunione ai divorziati?

l’argomento non viene trattato

 di don Massimo Lapponi

Sulla recente Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi sembra essersi scatenato un grande “much ado about nothing”, sia da parte della stampa laica, sia da parte dei cattolici tradizionalisti. Da parte laica si esalta e da parte tradizionalista si condanna quello che non c’è, mentre non si vede quello che c’è. Tutti gli occhi sono puntati sui nn. 84, 85 e 86 di un documento che comprende 94 punti, e dei tre punti in questione sembra che l’unico argomento cruciale sia quello della fatidica comunione ai divorziati, quasi che il vero problema delle famiglie di oggi sia questo. Ma, sia o non sia questo, il fatto è che in quei numeri della Relazione detto argomento non viene esplicitamente trattato. Viene forse trattato implicitamente? Sembra proprio di no.

ambito liturgico

Queste sono le parole del Sinodo a cui i nostri critici di destra e di sinistra fanno riferimento:

«I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate».

Notiamo che il testo parla eplicitamente della loro partecipazione «in diversi servizi ecclesiali». Ora la parola «servizi» indica prestazioni a cui una persona è chiamata a collaborare, non diritti di ricevere qualche cosa. Quando, dunque, si aggiunge che «occore discernere  quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate», si intende, ovviamente, alludere a servizi che i medesimi possono prestare a favore dell’attività della Chiesa. Oltre a ciò nell’elenco si parla si «ambito liturgico», e non sacramentale. Ora, un servizio in ambito liturgico in nessun modo può essere inteso come un diritto a ricevere un sacramento. Si tratterà, piuttosto, di una prestazione quale, ad esempio, quella di lettore o di cantore.

un semplice invito a riflettere

C’è poi da osservare che la Relazione, per sua natura, non è un atto decisionale, ma semplicemente una riflessione offerta ai fedeli e al Santo Padre. Sarà, poi, quest’ultimo, a tempo opportuno e in considerazione delle conclusioni del Sinodo, ad emettere un documento magisteriale contenente eventuali decisioni.

Coscienti del carattere interlocutorio del loro intervento, i padri sinodali non dicono che «occorre superare le attuali esclusioni dei divorziati risposati». Essi semplicemente dicono che «occorre discernere quali diverse forme di esclusione attualmente praticate», non «devono» o «debbano», e neanche «possono», bensì «possano essere superate». Si tratta, dunque, di un invito a riflettere per capire quali cambiamenti possano eventualmente essere opportuni.

Su questi scarni dati la stampa laica costruisce la leggenda che «la comunione ai divorziati risposati passa per un solo voto». Da parte sua il «superapostolo» (2Cor 12, 11) Roberto De Mattei – http://corrispondenzaromana.voxmail.it/user/xv5bek/show/qhyqn?_t=95cd8d87 – ci informa che la Relazione Finale sarebbe «un testo di compromesso» tra diverse posizioni, giacché «hanno vinto i progressisti perché il testo approvato ammette alla Eucarestia i divorziati risposati; hanno vinto i conservatori, perché il documento non contiene un riferimento esplicito alla comunione ai divorziati».

nessun riferimento esplicito

Se la relazione è un testo di compromesso tra diverse posizioni, la cosa non è necessariamente scandalosa, mentre è necessariamente scandaloso che il commento di De Mattei sia un compromesso con la sua coscienza. Egli non può provare, come tanto desidera, che il testo «ammette alla Eucarestia i divorziati risposati», per la semplice ragione che, come lui stesso afferma, «il documento non contiene un riferimento esplicito alla comunione ai divorziati». Il De Mattei è molto dispiaciuto di questa mancanza, che gli impedirebbe di esercitare il suo carisma di superapostolo. Dunque deve trovare il modo di provare che la Relazione ammette, se non esplicitamente, almeno implicitamente la comunione ai divorziati.

Egli, dunque, osserva che «se 80 Padri sinodali, un terzo dell’assemblea, hanno votato contro il paragrafo 86, vuol dire che esso era insoddisfacente». Senonché non si accorge di commettere una svista, perché il paragrafo 86 non ha avuto 80 voti contrari, bensì 64! 80 ne ha avuti il paragrafo 85.

Rifacendosi, poi, sia al n. 84, sia al n. 86, egli riprende dal primo queste parole. «Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa», e osserva: «Ma che cosa significa essere “membra vive” della Chiesa, se non trovarsi in stato di grazia e ricevere la Santa Comunione?»

un percorso di maturazione

Come corre il nostro superapostolo! Per prima cosa il testo non pretende di usare un linguaggio rigorosamente catechistico, secondo il quale si è un membro “vivo” della Chiesa quando si è i stato di grazia. Inoltre, il testo parla di «vivere e maturare come membra vive della Chiesa», e fa dunque riferimento a un percorso che possa far «maturare» gli interessati, superando gi ostacoli, a divenire membra vive della Chiesa. Che il De Mattei interpreti arbitrariamente i testi lo dimostra pienamente il suo commento alla seconda citazione, presa dal n. 86, che recita:

«Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere». Commenta sapientemente il De Mattei: «E la “più piena partecipazione alla vita della Chiesa” non include, per un laico, la partecipazione al sacramento dell’Eucarestia?».

Ammesso che sia così, la citazione dimostra esattamente il contrario di quanto pretende il De Mattei. Infatti, come abbiamo visto, il testo parla chiaramente di «ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa». Vi sono, dunque, degli ostacoli alla partecipazione all’eucarestia, e il testo lo riconosce. È dunque ovvio che per favorire e far crescere la piena partecipazione alla vita della Chiesa è necessario rimuovere tali ostacoli. E infatti il paragrafo prosegue – ma il De Mattei si guarda bene dal citare il testo completo! -:

Familiaris Consortio

«Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. FC, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa».

Ed ecco il testo della “Familiaris Consortio” n. 34 a cui il n. 86 della Relazione rimanda:

«Anche i coniugi, nell’ambito della loro vita morale, sono chiamati ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle loro scelte concrete. Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà.

“Perciò la cosiddetta ‘legge della gradualità’, o cammino graduale, non può identificarsi con la ‘gradualità della legge’, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella grazia divina e nella propria volontà”».

obiettività della legge

Dunque, se si dà il suo giusto valore alla soggettività, viene nel contempo pienamente riaffermata l’obiettività della legge e la necessità di adeguarsi ad essa, e si dice chiaramente che da questa necessità il discernimento della guida pastorale del sacerdote «non potrà mai prescindere».

A questo punto possiamo chiederci se a fare confusione e a gettare fumo negli occhi sono i padri sinodali o non piuttosto il De Mattei?

Ma la cosa più grave è che tutte queste polemiche, da destra e da sinistra, su tre paragrafi del documento, relativi ad una questione molto particolare, finiscono per distrarre l’attenzione dagli altri novantuno paragrafi, che hanno un interese molto più vasto. Non temiamo, infatti, di affermare che l’insieme del documento ha un valore assolutamente eccezionale, tanto che sembra incredibile che un testo elaborato da una così ampia assemblea in così pochi giorni appaia così ben strutturato, armonico, completo e perfettamente rispondente alla drammatica situazione attuale delle famiglie.

La sua lettura, al contrario di quanto affermato da tante voci, laiche o cattoliche, arreca, dopo tante polemiche, un inaspettato conforto; una luce di speranza che da nessun’altra fonte poteva scaturire; un rafforzamento nella fede nella divina presenza dello Spirito Santo che guida la Chiesa; e un incoraggiamento a mettere in atto con fiducia strategie concrete ed efficaci per il superamento di tante minacce che incombono sulle famiglie umane in questi tragici tempi

annalisa colzi

Mi chiamo Annalisa Colzi e di professione faccio la scrittrice anche se non possiedo nessun titolo di studio. Sono nata il 20 novembre del 1962 sotto il segno della Croce (questo è il mio segno zodiacale). Sono sposata, abito in una delle più belle zone d’Italia, la toscana e precisamente a Montemurlo, un paese in provincia di Prato.

9 commenti

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  • Mi pare che la Relazione finale sconfessi quei sacerdoti che arbitrariamente concedono l’Eucarestia ai divorziati risposati, oltretutto senza inserirli in un cammino di fede comunitario; altri la ricevono nell’impegno di una vita casta, seguiti dal sacerdote. C’è anche molto ancora da crescere nelle comunità, quando qualche fedele ritiene che un divorziato non possa fare la comunione, solo perché è tale! Ho amici in questa situazione che sono sorretti dall’Eucaristia contro la tentazione di una nuova unione.
    Come dice Annalisa i media “corrompono” anche le notizie serie, dando un quadro distorto che emancipa il lettore dal pensare e qui sta veramente il “peccato sociale mediatico”: costruire un sorta di “specchio deformante” che trasforma gli eventi ecclesiali in una specie di “grande fratello” in cui l’essere distinti significa non essere uniti, questo nella logica del rifiuto della diversità che vuole l’omologazione a tutti i costi.

  • ma da quando in qua, la dottrina della chiesa si mette ai voti?
    sinceramente, a me sembra di vivere un’incubo!
    ai tempi di Bergoglio, questi fatti mai erano accaduti.

  • Sembra che don Massimo Lapponi abbia qualcosa da ridire a Roberto De Mattei, il che ci sta. Il lettore gia’ dalle prime righe si aspetta di leggere le castronerie dei laici (eterodossi) e tradizionalisti (ortodossi). Bene. Il grande “much ado about nothing” parla solo delle “miserie” del povero De Mattei. Visto che dei laicisti non c’e traccia di “accusa” vuol dire che esso stesso è un eterodossi. Vuol dire che sui laici non abbia niente da ridire. Bene né prendo atto.
    Faccio notare che le premesse che questo sinodo sarebbe stato travagliato, le cosiddette avvisaglie, c’erano state un anno fa. Con le premesse di Kasper e della sua combriccola.
    Mi fa sorridere questo papa che perde tempo a bacchetta re gli ortodossi e che sorvola sulle iniziative e prese di posizioni degli eterodossi. Quasi che le colpe fossero tutte da una parte.
    Mio caro “don”, non ci sarebbe stato nessuno scontro se qualche vescovo si fosse attenuto al Vangelo e fatto proposte provocatorie.
    Mi piacerebbe un vostro parere (tuo “don” e di Annalisa) circa l’intervento basato sulla storia di quel bambino che prende un pezzo di comunione e lo porta al padre divorziato.
    Non mi dirà mica che era per provocare i tradizionalisti… perché caro “don”, per me quello è stato il tentativo di rendere lecito un sacrilegio.. su iniziativa di quei Vescovi (papi?) Laici di cui lei non ha niente da dire.
    Io sono per costruire caro “don” e lei da che parte sta?

  • Mi pare che si faccia un gran baccano sia da parte dei “Progressisti” sia da parte dei “Conservatori” (ho usato il termine conservatori e non tradizionalisti, la tradizione è tutta un’altra cosa), come c’era d’aspettarsi anche questo sinodo è stato chiaro, per modo di dire, Gesù ebbe a dire “Il tuo si sia si, il tuo no no”, invece si adotta il “ni” oppure il “so”, mai il si oppure il no. E’ evidente che il popolo non sa proprio che pesci pigliare, anzi lo sa e fa come gli pare,
    Questo sinodo è stato il classico bicchiere ” mezzo pieno oppure mezzo vuoto” a seconda di chi lo guarda, ma la cosa curiosa da parte dei conservatori, è che costoro si fermano solo al 85, 83,86 ecc, mi domando, come mai si sorvola sul capitolo IV?, eppure è molto interessante.
    Purtroppo finché non si elimina il linguaggio politichese difficilmente il popolo potrà capire, inoltre non ho letto e questo anche in altri lidi, una trattazione teologica sul perché si o sul perché no, ma sono sicuro che come disse un noto presentatore ” E non finisce qui”
    Francesco

  • Gentilissima Annalisa,
    dopo aver letto il tuo articolo su quanto hanno detto i giornali sul sinodo dei vescovi, ho trovato un estratto su internet contenente i punti in questione la cui lettura mi ha confermato quanto tu avevi scritto. La stampa è sempre alla ricerca del sensazionale per fare colpo sulla gente e vendere al punto anche di deformare le cose (o, peggio ancora, di inventarle di sana pianta). Sono quindi sia completamente d’accordo con quanto tu scrivi sia mi rallegro per Santa Madre Chiesa. leggo sempre con interesse i tuoi articoli. Cordiali saluti.

  • diversi giornali,dicono:il Sinodo apre ai divorziati risposati,questo ha avuto ripercussioni su tanti cosidetti cristiani della domenica^ e sento dire da loro,avete visto che tanto si può ricevere la comunione tutti.Perchè questo?sono le stesse persone che dicono che i preti è meglio che si sposano,cosi sparisce la pedofilia,che i concilii(diversi la pensano cosi) sono fattii da uomini escludendo di fatto che lo Spirito Santo non agisca Cordiali saluti

  • Giustamente non va “messa ai voti” la dottrina della chiesa. Quello che si può richiedere, secondo modalità diverse per tempi diversi, è che si trovi insieme il modo adeguato di applicare le «esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa» (n. 86) alle drammatiche situazioni di oggi. Analogamente, anche per redigere il Catechismo della Chiesa Cattolica si è consultato l’episcopato mondiale, e certamente non per “mettere ai voti” la dottrina della Chiesa! Se qualcuno dei padri sinodali ha inteso diversamente, non ha capito il suo ruolo, ma è rimasto un suo atteggiamento soggettivo. L’articolo dice chiaramente che la stampa laica ha costruito la leggenda della comunione ai risposati su testi che non giustificano affatto questa affermazione. Quanto al fatto che si esamini con attenzione il testo del De Mattei, è perché da un cattolico si attenderebbe un’obiettività nella lettura dei documenti che, purtroppo, ai nostri giorni non posiamo attenderci da una stampa totalmente partigiana. Ovviamente non si nega affatto che vi siano colpe gravissime da parte dei progressisti “cattolici”. Ma la loro posizione non si discosta da quella della stampa laica. Non averlo detto esplicitamente è stata soltanto una mancanza involontaria che, se richiede un’integrazione all’articolo, non credo che sia così grave. Del resto l’articolo tratta esclusivamente del testo della Relazione, e non di episodi deplorevoli che sono un’altra cosa. Se poi nell’esame delle affermazioni del De Mattei c’è qualche passaggio errato, a nessuno è proibito evidenziarlo. Prontissimo a riconoscere il valore delle giuste ragioni. Ma se queste ragioni non vengono addotte, sono inutili divagazioni estranee: quanto è stato dimostrato, fino a prova contraria, rimane confermato.

  • Non sono d’accordo con Lei “don” e vorrei che anche Annalisa mi chiarisse il punto 84… Alessandro Gnocchi ha messo in risalto una cosa che e’ passata inosservata agli occhi dei “piu'”…. ma deve far riflettere
    “La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo”.

    A beneficio di chi non ha studiato il catechismo e cerca di spiegarlo agli altri, questo significa: comunione. Le “membra vive” della Chiesa sono quelle in stato di grazie che, proprio per questo, possono comunicarsi”

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