Annalisa Colzi
embrione alla sesta settimana

“Per noi, quello che veniva tecnicamente definito embrione alla sesta settimana, era il nostro bambino”

Parte Prima

Non c’è più il battito, presumiamo ci sia una gravidanza interrotta“.

Non comprendemmo subito quanto ci veniva comunicato in modo formale e freddo. Come la sensazione che provammo nel prendere atto di quanto detto. Per noi, gravidanza interrotta equivaleva a dire “il bambino ha cessato la sua breve esistenza“. Sì bambino, per noi quello che veniva tecnicamente definito embrione alla sesta settimana era un bambino.

Un paio di giorni dopo, io e mio marito ci trovammo a vivere per la prima volta l’esperienza di un aborto spontaneo. Alla sera, giunta in ospedale con le prime perdite, vorrebbero sottopormi immediatamente ad un raschiamento – come da protocollo – ma grazie ad una cena consumata poco prima, non è stato possibile farmi l’anestesia, quindi si rimanda al mattino dopo. Nel frattempo, si monitora l’andamento delle perdite per tutta la notte.

Questo contrattempo sul protocollo ospedaliero ha permesso alla natura di assolvere il proprio compito e di procedere così ad un aborto spontaneo. Come donna e madre, è stato un momento di profonda grazia. Se fosse intervenuto l’uomo con le sue tecniche mediche – a volte non necessarie, come nel mio caso – avrebbe interrotto quel momento di comunione con Dio.

Il rilascio del bambino in modo spontaneo ci ha permesso di avere un dialogo intimo e personale con Colui che tutto predispone: ” Signore, come diceva Giobbe, tu hai dato, tu hai tolto. Grazie perché ci hai dato il dono della maternità e paternità. Ora, ti rilasciamo nostro figlio. Come tu lo hai dato a noi, questa notte lo riconsegniamo a te.”.

Prima di quel momento, mi sentivo come se una connessione fosse stata interrotta e io fossi rimasta là, in attesa di ricevere ancora quel contatto che si era instaurato sei settimane prima. La mia maternità biologica aveva subito una profonda ferita, una cesura. Avevo letto che tra madre e figlio, fin dai primi istanti, si instaura una comunicazione. Un linguaggio “chimico”, dicono, ma credo sia più corretto comprendere questo linguaggio nella sua totalità: fisico, emozionale, spirituale.

Quel linguaggio era già in corso tra me e mio figlio; me ne resi effettivamente conto nel momento in cui quella connessione terminò e io rimasi smarrita. Questo smarrimento trovò un senso quella notte in ospedale, dove il rilascio spontaneo del bambino mi permise di elaborare meglio quanto stesse accadendo.

Vita e morte hanno un loro compimento, nell’atto iniziale e in quello finale. L’uomo ha bisogno di prendere coscienza di questi due momenti nella loro pienezza evitando di riempirli di contenuti che non vi appartengono. Aborto volontario, utero in affitto, eutanasia e contraccezione. Sono tutte versioni devianti di quella pienezza che inevitabilmente feriscono l’esistenza di chi si imbatte in queste pratiche manipolatorie.

Nella mia gravidanza, se il momento iniziale della vita coincideva con il concepimento, quello finale della morte di mio figlio doveva coincidere con un atto concreto di consegna a Dio della sua creatura. Questo momento è stato intenso, doloroso, ma vero. Se la maternità biologica aveva subito uno strappo, ora scoprivo una maternità più ampia che mi completava e dava un senso a tutto quello che stavo vivendo. Mi ha consegnato un progetto su questo bambino non nato, eppure vivo. Un disegno su me e mio marito fatto di una genitorialità che supera il dato biologico.

È vero, non avremo mai Samuele tra le nostre braccia; ma lui, nel momento in cui la scintilla della vita si è accesa, era già nato con la sua anima adulta e completa. E con Samuele siamo nati noi genitori, in quell’istante siamo diventati un padre e una madre.

Essere genitori non è un’etichetta o un diritto. È un dono che abbiamo scritto nella nostra mascolinità e femminilità, sta poi a noi renderlo attivo. Quando nasce la vita a partire dal concepimento, in senso biologico, ma anche sociale. È una fecondità che trova espressione nel servizio per la vita, verso i figli e verso il prossimo.

Per noi, aver cooperato alla vita con il nostro atto di amore sponsale è stato un dono immenso. È un lavoro di team con Colui che soffia la vita. Egli chiede a noi, con tutte le nostre fragilità e incompletezze, di “dargli una mano”. Ci chiede solo di amare la vita e dire il nostro sì, il resto lo fa Lui.

(continua)

annalisa colzi

Mi chiamo Annalisa Colzi e di professione faccio la scrittrice anche se non possiedo nessun titolo di studio. Sono nata il 20 novembre del 1962 sotto il segno della Croce (questo è il mio segno zodiacale). Sono sposata, abito in una delle più belle zone d’Italia, la toscana e precisamente a Montemurlo, un paese in provincia di Prato.

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