Annalisa Colzi
quando le tentazioni del demonio ci rendono umili

Quando le tentazioni del demonio ci rendono umili

Nella cella del nulla, le tentazioni del demonio non entrano

Nei primi anni ad Ars, san Giovanni Maria Vianney aveva tante tentazioni del demonio, che cercava in tutte le maniere di disturbarlo. Quando andava a letto e spegneva la candela, cominciava a sentire dei rumori di sciami di api; accendeva la candela, ma non vedeva niente. Spegneva, e sentiva rumori come fosse in mezzo a una mandria di tori scatenati; accendeva e non vedeva niente. Alla fine non accendeva più la candela, ma si adattava a sentire questi rumori e urla tutta la notte.

Una volta invitò un parrocchiano a stare di notte in canonica, perché era veramente turbato. Quello venne con il fucile, anche un po’ scettico, pensando che fosse qualche bontempone sciocco che si divertisse a spaventare il parroco. Dio volle che anche quest’uomo sentisse tutti questi versi, ma ovviamente non c’era nessun uomo fuori dalla canonica che faceva chiasso; prima del mattino il nostro eroe se ne scappò, giurando che non avrebbe mai più messo piede in canonica.

Poi nella vita del santo Curato questi fenomeni sparirono; egli diceva che era perché “aveva cercato di trasformare in evento di grazia ogni tentazione”, come a dire: “Ogni volta che subivo le tentazioni del demonio, io trasformavo l’aggressione e la provocazione in grazia, e allora egli non aveva nessun interesse di tentarmi perché alla fine andava contro se stesso”.

quando le tentazioni del demonio ci rendono umili

Dio è come “attirato” dal nostro nulla

come si dice nel Magnificat: “Ha guardato l’umiltà della sua serva”. Lo aveva già affermato Isaia nell’Antico Testamento: “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e chi ha il cuore contrito” (Is 66,1).

Quando stiamo nella cella del nulla, un posto favoloso, la prigione più bella del mondo, il demonio non entra, ma viene solo Dio. Al contrario, Dio ci guarda poco se noi guardiamo troppo a noi stessi.

Quando uno si misura troppo con gli altri, significa che ha sempre lo sguardo rivolto su di sé: è vanità spirituale.

Ad una suora che aveva questo difetto, un prete che conosco diede una volta come penitenza di confessione mezz’ora di ballo davanti alle altre suore, intendendo che si mettesse un po’ in ridicolo per non avere un’idea troppo alta di sé stessa. La suora ammise: “Non me la sento, padre…” e il sacerdote mutò la penitenza in mezz’ora di ballo in cella, così non sarebbe stata vista da nessuno. Voleva che almeno si rendesse ridicola ai propri occhi.

Non sei così importante da attirare lo sguardo di Dio con le tue virtù; ma ti farai gradito a Dio solo con il tuo nulla, con questa abitazione nella cella vuota.

Tisbita

Tisbita

Tisbita

“NULLA VOGLIO SE NON CHE ARDA”

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